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Domenica alle ore 15.00 Rolando Maran , tanti anni spesi nella cadetteria ad allenare senza la gioia di una chiamata dalla massima serie, avvertirà qualcosa di speciale. Contro al Massimino di Catania avrà il suo passato, da calciatore e allenatore ai primi passi, il Chievo , nove campionati partendo dalla C2 fino ad arrivare alla B, con 280 presenze ed 11 reti. Intervistato dal quotidiano scaligero L’Arena, ha voluto ripercorrere con la mente quegli anni
Maran, nove anni al Chievo da calciatore lasciano un segno nell’anima,vero? «Nove da calciatore,uno da vice di Baldini. Certo che lasciano il segno, ci mancherebbe. Chievo rappresenta la mia vita calcistica. Sul piano professionale ho raccolto tantissime soddisfazioni. Quando ho smesso da calciatore ci ho iniziato pure la vita da allenatore. Lì ho avuto tutto quello che potevo desiderare».
Magari ha imparato pure a capire il mestiere dell’allenatore. «Tutti gli allenatori che ho avuto a Verona mi hanno lasciato qualcosa».
Facciamo i nomi… «Sono grato a Carletto De Angelis perché è stato lui a volermi al Chievo. E tutto è iniziato grazie alla sua scelta. Buratta e Bui erano gran signori. Persone con le quali lavorare era semplice e appagante. Poi c’è stato Malesani».
Che? «Che fu il primo a consegnarmi i fondamenti della zona. Con lui si è iniziato ad imparare un calcio diverso. Insegnamenti utili. Molto utili. Che ho sempre portato con me. E con Alberto siamo riusciti a centrare anche il salto in serie B».
Quando una storia dura dieci anni spesso accade che nasca anche una profonda amicizia. La sua? «Con Valter Curti. Uniti in maniera speciale. Visto che ci sentiamo ancora adesso. Non voglio, però,dimenticare tanti altri amici. Come Zanin, D’Angelo, Gori, Moretto».
Lei ha avuto pure la possibilità di conoscere Gigi Campedelli. «Solo a guardarlo m’incuteva paura. Io ero giovane. Lui carismatico e dotato di grande spessore. La famiglia di Campedelli era di spessore. Anche la madre di Luca, la signora Adua, lo era».
E poi come presidente si è ritrovato proprio Luca… «Penso che il papà gli abbia trasmesso molto. Lo spessore, lo stile. Luca si è mosso sulle orme del papà. Se hai un buon esempio fai la cosa giusta».
Qual è stata la grande impresa messa a segno dal suo Chievo? «Non penso ad un episodio, ad una promozione. Troppo facile. L’impresa è stata messa a segno nel tempo. Crescere,migliorare, continuare a salire. Senza fermarsi mai. È stata data grande continuità ad un progetto che nel tempo si è rivelato essere vincente».
Oggi parla e pensa da allenatore. Da chi si sente ispirato? «Da tutti quelli che quando giocavo mi dicevano: “Rolando, quando smetti devi allenare: ricordatelo”».
In passato è mai stato vicino alla panchina del Chievo? «È successo una volta. Si era ventilata questa ipotesi. Ma per correttezza non voglio dare altri riferimenti».
Oggi l’esempio è il Catania. Società di provincia che ringhia e risplende. Come è successo in passato al Chievo. «Manco da molto dal mondo Chievo e quindi non posso permettermi di fare valutazioni sulle qualità e sulle strategie che hanno permesso alla società di fare grandi cose. Posso parlare, invece, del Catania. L’organizzazione e la programmazione stanno alla base di tutto. Chi lavora a Catania deve ritenersi fortunato. Per un allenatore è proprio il top».
Come si lavora in una società club dove gli argentini superano gli italiani? «Tutti si mettono a disposizione nello stesso modo. Il gruppo fa la differenza».
Il suo capolavoro da quando fa l’allenatore? «Credo non sia stato ancora raccontato. Arriverà». E Corini? «È un predestinato. Doveva fare l’allenatore. E questa è un’opportunità davvero importante per lui».